Natale, tempo di vacanze, di affetti, di buoni propositi, di priorità, di strategia, di realizzazione.

Dal Natale all’Epifania anche il nostro mondo del “fare” (lavoro, scuola, impegni, …) finalmente rallenta.

La nascita di Gesù Cristo è miracolosa anche in questo senso.

Oggi, tutti noi, viviamo in modo estremamente frenetico, incerto, senza tempo e senza sicurezze.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di un periodo “di stacco”.

Tempo per noi.

Per ciò che è veramente importante.

Famiglia, amicizie, svago, viaggio.

Ma anche silenzio, relax, noi stessi.

Il rischio è di non approfittare di questo periodo soft.

Sprecare questa occasione è molto più facile di quanto si possa pensare.

Se rimaniamo schiavi della frenesia, anche questo periodo lo vivremo come un “dovere”, come un “fare”, come un “riempire” ad ogni costo.

Invece dovremmo metterci in ascolto.

Ecco subito la domanda: in ascolto di cosa?

No, non di cosa, ma di chi. Due chi con la c maiuscola.

Il primo chi è noi stessi, il nostro inconscio. Quella parte di noi che durante il resto dell’anno non ha spazio, non ha mai tempo, è sempre subissato dall’efficienza del nostro “fare”.

Il nostro inconscio può parlarci con voce più forte se rallentiamo il nostro ritmo usuale. Se ci diamo tempo. Se gli concediamo il giusto tempo.

Ecco allora che riusciremo a percepirlo nuovamente, a sentire le sue considerazioni. Potremo finalmente riallinearci e riprendere a vivere maggiormente integramente.

Ci parlerà delle nostre esigenze, dei nostri bisogni, delle nostre emozioni, delle nostre priorità.

E ci parlerà anche del secondo, e più importante, chi con la c maiuscola.

Colui che ri-nasce ogni anno il 25 Dicembre: il nostro buon piccolo Gesù Bambino.

Colui che ci insegna a come vivere nell’amore, l’amore infantile, l’amore pieno, l’amore eterno, l’amore che sa affidarsi totalmente al Padre.

Quel bambin Gesù che sa aprire il nostro cuore, sa trasmetterci quei princìpi guida ormai inascoltati, azzittiti dall’efficienza quantitativa quotidiana. Quei princìpi guida che sarebbero in grado di farci vivere sereni, liberi da ogni frustrazione e schiavitù, liberi da ogni preoccupazione.

Sono ormai princìpi che abbiamo dimenticati, che sembrano desueti, che (purtroppo) iniziamo a ritenere “da sfigati”.

Dentro di noi abbiamo forte l’esigenza di “andare oltre”, di lasciare una traccia, di vedere un nostro lascito al bene comune.

L’uomo si sente realizzato quando è in grado di aiutare i propri cari, il prossimo, quando si sente utile, quando percepisce il proprio valore aggiunto.

Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica ci indica quanto sia prioritario il bene comune per una piena vita cristiana.

Molti utilizzano questo periodo per rinvigorire, ricominciare o iniziare un percorso di meditazione. Ciò sempre per rivalutare il senso della nostra esistenza, per ribilanciare il nostro essere, per riportarci a vivere le nostre priorità e non limitarci a vivere le nostre e altrui urgenze operative.

La preghiera, rispetto alla meditazione, ha però un qualcosa in più: sposta l’asticella da noi stessi agli altri, dall’umano al divino, dall’attuale a ciò che c’è oltre.

Papa Benedetto XVI ci ha indicato quanto “… tutta la vita si raccoglie verso un incontro.”

Per noi cattolici, la nostra morte è un mero passaggio. Traumatico in quanto ci destabilizza, si passa dalla nostra zona di comfort che abbiamo imparato a conoscere e con cui abbiamo, nel bene e nel male, imparato a convivere, a ciò che (forse) ci è ancora sconosciuto. La fede ci dice che questo passaggio, seppur traumatico, non è altro che la nostra unione eterna con Gesù Cristo, lo Spirito Santo ed il Padre.

Ebbene, nel discorso della montagna, Gesù ci indica quanto le beatitudini possono portare il Regno dei Cieli (la comunione con Lui) già qui sulla terra.

Ebbene, le beatitudini ci indicano un diverso punto di vista, un differente approccio alla vita, una direzione completamente difforme dagli obiettivi/miti che ci vengono proposti dal main stream di questa nostra civiltà (terrena).

“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Povero in spirito, consolatore, mite, giusto, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace.

Sono le caratteristiche dell’amore con la a maiuscola. Sono le caratteristiche di qualcuno che vuole andare oltre sé stesso per apportare valore aggiunto sistemico di lungo periodo per tutta la comunità. Sono le caratteristiche di chi vive verso una direzione che supera il livello quantitativo di breve termine.

Sono le caratteristiche che ci consentono di vivere serenamente nonostante tutte le difficoltà e sfide della vita. Spostano il focus di tutta la nostra esistenza.

In America sta prendendo piede il cosiddetto “essenzialismo” o “minimalismo”: è un altro modo (seppure umano) per farci comprendere quanto “il troppo, stroppia”.

Solo togliendo (obiettivi, necessità, impegni, cose materiali) possiamo riscoprire le nostre priorità: ciò che ci realizza pienamente come persona umana.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo affermava già in tempi antichi!

La nostra dignità, l’essere stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, non può essere limitata dal “fare” o dal “possedere”. Dobbiamo imparare ad andare oltre questa visione materialistica.

San Giovanni della Croce, nella sua “Salita al monte Carmelo”, ci indica la corretta interpretazione del digiuno. Il digiuno non è (solo) quello dalle carni in Quaresima. Il digiuno va interpretato come “distacco” vero e proprio dal livello quantitativo-numerico di breve periodo.

Ecco allora che possiamo comprendere la parabola di Gesù «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

Se viviamo la quantità materiale, siamo bramosi, siamo attaccati alle cose, alla materialità, alla carnalità della nostra vita terreno e, conseguentemente (ma per nostra esclusiva scelta), non potremo accedere al Regno dei Cieli, all’unione con Gesù, alla beatitudine.

Ecco che, forse allora, sarebbe meglio impiegare questo prossimo tempo di vacanza riprendendo il vero viaggio: quello interiore.

Chi lo farà con la meditazione, chi vorrà riprendere la preghiera, comunque questo viaggio parte dal guardarsi dentro, dal ricercare le nostre vere priorità, dal riscoprire come desiderare in modo ottimale, dal ricercare la pace con noi stessi, con gli altri e con il nostro Dio.

E può continuare solo se non ci rifaremo travolgere da quella frenetica routine che ci si riproporrà a partire dal 9 di Gennaio con la ripresa della nostra operosità-efficiente.

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