Se vivi l’azienda, deleghi la famiglia. Se vivi la famiglia, deleghi l’azienda.

L’azienda e la famiglia sono sicuramente i luoghi, o forse meglio gli ambienti relazionali, dove viviamo la stragrande maggioranza della nostra esistenza.

Famiglia e Impresa: frustrazioni o serenità?

Questi due pilastri della nostra vita sono fonte di frustrazioni o fonte di serenità?

Per il #dRzOOm non è un quesito banale.

Quante volte la quotidianità ci ruba letteralmente il tempo necessario anche solo per fare una valutazione di merito?

Probabilmente in alcune occasioni della nostra vita viviamo impresa e famiglia in modo estremamente soddisfatto, altre volte in modo assolutamente frustrato.

Ma quanto tempo dedichiamo a riflettere su questi stati d’animo? Quante volte ci prendiamo il tempo necessario per assaporare pienamente la serenità della nostra famiglia o della nostra azienda? Quante volte siamo grati per questo dono? Quante volte la facciamo percepire in modo esplicito anche ai nostri familiari/collaboratori magari condividendo la nostra gioia?

E quando siamo frustrati: quante volte dedichiamo parte del nostro tempo a fare un’analisi condivisa di quali potrebbero essere le problematiche da doversi affrontare? Quante volte ci riuniamo per un confronto trasparente con familiari/collaboratori al fine di individuare le possibili cause e, conseguentemente, le possibili soluzioni? Quante volte riusciamo ad anticipare l’origine di problematiche che rischierebbero di diventare conflittuali?

Problem solving protattivo

In azienda, generalmente, non si può rischiare di non affrontare un problema divenuto evidente e, conseguentemente, si organizzano riunioni di “problem solving” per individuare la soluzione possibile. Comunque, rischiando di essere in ritardo.

Probabilmente, ponendoci questi quesiti, soprattutto con riferimento alla famiglia, rischiamo di scoprire che dedichiamo ben poco tempo a queste domande così fondamentali per la nostra serenità individuale: perché?

Per il #dRzOOm il problem solving è ora che diventi “proattivo”.

Saper leggere fra le righe della quotidianità, esercitarsi a percepire in anticipo i campanelli d’allarme per evitare che la situazione possa scappare di mano, estendersi fino ad analizzare periodicamente i macro-trends che circondano l’attività dell’impresa di famiglia nonché le relazioni familiari stesse: questo è il senso del problem solving proattivo.

Ma se anche in impresa queste riflessioni vengono affrontate, soprattutto quando la criticità si è già ben radicata, in famiglia quand’è che poniamo la stessa attenzione, a queste riflessioni?

Il consiglio di famiglia

Ad esempio: esiste un “consiglio di famiglia”?

Se in impresa dovrebbe esistere il “consiglio di direzione” (più ampio e meno formale del cda), perché la famiglia non dovrebbe avere un “consiglio di famiglia”?

Anche questa può sembrare una domanda inutile, eccessiva, teorica ma così non è, almeno nell’esperienza del #dRzOOm.

Cos’è più importante: l’impresa o la famiglia?

Possiamo vivere la famiglia senza prestare la stessa attenzione che prestiamo all’azienda? Il fine dell’azienda non è (anche) quello di consentire alla nostra famiglia di vivere serenamente?

Il #dRzOOm, nel suo alter ego me stesso medesimo, pur avendo un solo figlio di quasi otto anni, ha un “consiglio di famiglia” che, ovviamente, per ora nella maggioranza dei casi è composto solo dai genitori ma che, già per alcune tematiche, viene allargato anche al figlio. Può essere introdotto in modo informale, ma un po’ di formalizzazione non guasta mai (se non è eccessivamente formale e scarsamente sostanziale).

Il potere di “auto-imporsi” del tempo a cadenza almeno mensile (o più ravvicinato se emerge una situazione nel durante) per ragionare insieme su problematiche più o meno superficiali della vita quotidiana familiare, consente di evitare “escalation” rilevanti.

Se all’inizio si fa fatica a trovare qualche argomento da analizzare, ben presto si scopre che ognuno ha delle tematiche che gli stanno a cuore e che se non condivise alimenterebbero la classica goccia che prima o poi farebbe traboccare il vaso.

E’ vero che la vita quotidiana dell’azienda e della famiglia sono diverse, ma vi sono alcune similitudini che è bene tenere in considerazione.

Anche in famiglia, infatti, esistono dei compiti da dover essere portati a termine. Possono sembrare di importanza limitata, ma non lo sono.

I compiti familiari insieme alla gestione della finanza familiare sono le due case principali dei divorzi perché fanno decadere la relazione dal livello di “amore” al livello di “frustrazione”.

A chi piace vivere nel disordine? Mangiare scatolette? Vivere nello sporco? Possiamo permetterci di non monitorare la finanza di famiglia? Possiamo non pagare delle bollette? Possiamo spendere più di quello che guadagniamo? Possiamo indossare vestiti non stirati? Possiamo non far riparare gli elettrodomestici o i mobili di casa? Possiamo non ricordarci di fare benzina nelle auto di famiglia? Possiamo non portare i nostri figli a scuola? Non fargli fare sport? Non provvedere agli attuali bisogni di didattica a distanza?

In sostanza, ogni famiglia ha dei membri, delle risorse necessarie, delle risorse da redistribuire, delle funzioni da ripartire sui vari famigliari per essere svolte in serenità in funzione delle proprie capacità, età, propensione.

Il funzionigramma di famiglia

Si ha chiara l’analisi della propria famiglia? Delle funzioni che devono essere svolte? Delle risorse necessarie? Esiste un “funzionigramma familiare” che sia reale, chiaro e condiviso?

Come si fa ad avere chiarezza di “chi fa cosa, come e quando” senza questo strumento?

Marshall Goldsmith sostiene, a ragione, che l’ambiente familiare è il luogo in cui ci sentiamo più al sicuro e, conseguentemente, il luogo in cui prestiamo meno attenzione.

Eppure, la famiglia è un’entità collettiva e, conseguentemente, come l’impresa necessita di avere chiarezza gestionale.

Come l’impresa è un’entità collettiva gerarchica con differenti modelli di leadership ma comunque gerarchica.

Negli ultimi anni però questa gerarchia l’abbiamo male interpretata.

Gli psicologi hanno individuato i “genitori spazzaneve” ed i genitori “elicottero” che per i loro ottimi buoni propositi, deresponsabilizzano i propri figli rendendoli particolarmente fragili alla vita interdipendente con l’ambiente esterno.

Se i genitori spazzaneve sono quelli che prevengono ogni possibile rischio che il figlio può incontrare nella vita, arrivando addirittura a sostituirsi a lui per quanto possibile (facendo o correggendo i compiti prima che vengano consegnati, ad esempio), i genitori elicottero sono quei genitori che si dedicano a portare il proprio figlio da un luogo all’altro pur di tenergli impegnata l’agenda quotidiana, per evitargli di potersi annoiare.

Purtroppo, sono due errori molto comuni che generano delle disfunzionalità nei figli che diventano non responsabili e non creativi. In sostanza, vivendo sotto una campana di vetro, alla minima difficoltà che incontreranno (perché il genitore non sempre riesce a sostituirsi a lui) non avranno la capacità di affrontarla e si faranno abbattere da essa anche se, in realtà, fosse una difficoltà minima.

Ciò in quanto non si è creata l’abitudine a risolvere gradualmente le difficoltà a cui il figlio andrà incontro.

Proprio per questa ragione il “family think approach” immagina la famiglia come una cooperativa: ogni singolo familiare avrà i propri compiti per il bene dell’intera famiglia. In funzione dell’età, delle capacità, delle possibilità, delle propensioni, delle ritrosie.

Può sembrare banale, ma così non è. Occorre un salto di paradigma. Siamo cresciuti in una società in cui vi sono stereotipi disfunzionali in questo senso. È la donna che deve fare tutto in casa: mestieri, seguire i figli, cucinare. I figli devono essere accuditi, riveriti, avere tutto a disposizione. I mariti devono poter rilassarsi in casa.

Ma così ci scaviamo la fossa sotto i piedi. Già perché un conto è se la donna non lavora e sente dentro di sé la vocazione ad essere la regina del focolaio (immagine di serenità di altri tempi), altrimenti se lavora ecco che iniziano a sorgere alcuni problemi: sia che abbia sia che non abbia questa vocazione.

Già perché, come premettevamo, il tempo è definito.

Una donna che lavora a tempo pieno e deve poi provvedere da sola a tutte le esigenze della casa, prima o poi sclera, prima o poi le sue modalità relazionali diventeranno rudi, astiose, recriminose, frustrate. Non è colpa sua. La colpa è di una inconsapevolezza di tutti i familiari, lei compresa.

La famiglia è una entità collettiva che eroga si risorse a favore di tutti i familiari, ma per farlo occorre che tutti i familiari contribuiscano a fornirle queste risorse: finanza, beni, compiti (pulizia, ordine, lavaggio e stiratura dei vestiti, cucina, spesa, acquisti vari, pagamento bollette, e così via)).

Ecco perché comprendere che la propria famiglia per essere serena dev’essere una cooperativa è essenziale. Ognuno ha il suo posto, il suo ruolo, le sue responsabilità. E questo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, genera serenità e non frustrazione. Ci si sente partecipi di qualcosa, lo spirito contributivo onora il legame familiare, si incrementa il livello di resilienza e responsabilità del singolo familiare. Basta comprendere il perché serva che tutti si rimbocchino le maniche.

Vivere la famiglia

Questo perché è rappresentato da cosa significa per noi vivere la famiglia.

In questo caso il leitmotiv è volutamente provocatorio.

Vivere la famiglia può voler dire: i) positivamente; ii) negativamente.

Famiglia vs Azienda?

Positivamente “vivere” vuol dire esserci veramente, essere presenti, essere attenti, prestare la giusta attenzione nel singolo momento che si sta vivendo.

Negativamente “vivere” può voler dire stare troppo tempo (in impresa anziché in famiglia).

Il #dRzOOm è sempre contrario al concetto del “work-life balance” in quanto se esistesse un equilibrio fra vita e lavoro, ciò vorrebbe significare che al lavoro non staremmo vivendo.

Forse questo spiegherebbe come mai alcuni sono frustrati alla mattina presto quando si devono alzare: vivono il proprio lavoro come un dovere, come una maschera da portare, come un ruolo che debba essere per forza impersonato per essere accettati. Ma queste maschere, questi costumi, questi personaggi che ci inventiamo pur di “portare a casa lo stipendio” generano continua frustrazione. Ecco che allora ci si rifugia nel “life” cioè nel tempo “libero”. Ma il tempo libero, quando hai una famiglia, non è mai propriamente “libero” perché anche la famiglia ha le sue esigenze, i suoi tempi, le sue necessità. La frustrazione, quindi, raddoppia: non si riesce mai ad avere il tempo necessario per stare con sé stessi in piena libertà a fare esclusivamente ciò che si vuole.

Questa dicotomia però è pericolosissima.

Secondo il #dRzOOm l’uomo è un “unicum”: siamo individui, siamo familiari, siamo dipendenti o imprenditori/professionisti. In tutti questi ruoli deve essere sdoganato il proprio vero sé. Se l’individuo riscopre il proprio potenziale, se affronta i propri limiti, se riscopre i propri sogni, se li trasforma in obiettivi, se agisce per perseguire questi obiettivi in armonia in tutti e tre i ruoli della vita, ecco che si riesce a ricomporre quell’unicum che genera finalmente la nostra serenità.

Occorre riscoprire il proprio Perché, quello con la P maiuscola.

Il tempo

Per poter perseguire i propri consapevoli obiettivi in tutti e tre i ruoli ecco che occorre un’armonia nell’allocazione del tempo.

Sfida questa davvero difficile, ma non irrealizzabile.

Il tempo è una risorsa che possiede intrinsecamente un’allocazione conflittuale. Il tempo non può essere accumulato per poi essere investito tutto in solo ciò che piace. Il tempo se viene allocato in un ruolo, non può essere allocato nell’altro. Ma la qualità del tempo non dipende esclusivamente dalla dimensione quantitativa.

Essere presente in famiglia ma eternamente collegato con il proprio cellulare infischiandosene delle esigenze familiari, non prestando attenzione agli altri, non preoccupandosi delle altrui necessità, non è un tempo degno di essere speso.

Tornando però alla dimensione quantitativa, occorre una condivisione delle scelte allocative. Un professionista/imprenditore, soprattutto se è appassionato del proprio lavoro, può “perdere di vista” l’importanza di mantenere un giusto tempo per la propria famiglia e per sé. Tendenzialmente è sempre pieno di scuse: lavoro per mantenere uno standard di vita premiale proprio per la mia famiglia, non ho bisogno di tempo per me perché il lavoro mi appaga, sto costruendo il futuro anche dei miei figli, e via discorrendo.

Ma, come si diceva prima, il tempo non ritorna.

Il come lo utilizzo fa una differenza enorme.

Devo allocarlo con estrema consapevolezza e devo condividere le mie scelte con i miei cari. L’eccesso di tempo in impresa può essere giustificabile, ma dev’essere di breve periodo. Ci sono attività che hanno obbligatoriamente dei picchi di lavoro. Se però questi picchi durano un anno intero, ecco che si ha un problema. La resilienza ha un limite. In famiglia il legame, il senso di appartenenza, cresce in funzione diretta del tempo di qualità che si trascorre insieme.

Passiamo ora dal “dove” trascorro il mio tempo (quantitativamente) al “come” trascorro il mio tempo (qualitativamente).

Perché, se è vero che in termini puramente quantitativi si riesce a trovare la quadra, ecco che sia in azienda che in famiglia si deve però “capitalizzare” il tempo a disposizione per essere presenti attivamente: un tempo di qualità!

Ma come faccio a capitalizzare il tempo?

Occorre perseguire quell’equilibrio dinamico fra efficacia ed efficienza, fra qualità e quantità!

Secondo il #dRzOOm, per raggiungere questo equilibrio è necessario imparare ad allocare il tempo per priorità e non per urgenze.

Focalizzando l’attenzione su ciò che è veramente prioritario e importante anziché sulle scadenze di breve termine o sulle esigenze altrui.

Non è una scelta facile cui poter tenere fede quotidianamente in modo automatico. Occorre piena consapevolezza del Perché, occorre avere chiare le reali priorità, occorre determinazione. Non è egoismo, è una scelta consapevole di allocazione temporale.

Anche in famiglia vi sono delle funzioni maggiormente prioritarie.

Tendenzialmente nulla hanno a che vedere con la quotidianità, con il breve termine, con l’efficienza.

L’efficienza è indispensabile, ma è conseguenza dell’efficacia.

Cosa vuol dire vivere con qualità la propria famiglia?

Vuol dire non dover dedicare parte di questo tempo a cose futili oppure può voler dire condividere consapevolmente incombenze pratiche quotidiane per trasformarle in qualcosa di importante in termini di messaggio, di creazione del legame, di senso di appartenenza.

Può voler dire ottimizzare l’organizzazione familiare con la ripartizione chiara e condivisa dei compiti, monitorare periodicamente le esigenze di ogni familiare, pianificare eventi di famiglia, monitorare periodicamente il proprio patrimonio, la propria necessità di spesa.

Analizzare insieme come migliorare l’efficienza operativa della famiglia non è “fare” nell’operatività familiare. Reimmaginare l’efficienza di famiglia significa fare “economie di scala” in termini di tempo e, conseguentemente, liberare ulteriore tempo da dedicare a questioni maggiormente prioritarie come la condivisione del proprio tempo con i propri familiari avendo la mente sgombra da tutte le incombenze di breve termine.

Questo è il tempo di qualità! Vuol vivere pienamente partecipe quel tempo insieme agli altri, vuol dire poter dedicare del tempo a fare insieme cose che piacciono, vuol dire poter dedicare del tempo a conoscersi veramente, a farsi raccontare le proprie esperienze, a poter essere di supporto se vi fossero problemi, a partecipare attivamente seppur indirettamente alla vita degli altri familiari.

Per un genitore cosa c’è di più importante che la salute e l’educazione dei propri figli? Educazione intesa come formazione scolastica, come formazione ludica, come formazione sportiva, come formazione civica,

Vuol dire aver chiaro il ruolo che la famiglia ha per noi, il ruolo che i nostri familiari hanno per noi, il nostro ruolo per il bene della nostra famiglia.

Occorre quindi anche un’analisi profonda di cosa voglia dire “famiglia” per me.

Perché la delega è fondamentale

Per vivere al meglio la famiglia, la provocazione del #dRzOOm è emblematica: se non delego sufficientemente in impresa sono costretto a vivere in impresa molte più ore del necessario rubando tempo alla famiglia.

Di questo però il #dRzOOm ne parlerà appositamente in un altro post ad hoc.

Per tornare alla famiglia, avere chiarezza del proprio ruolo, dei propri compiti, eseguirli in modo efficiente, consente quindi di liberare tempo.

Se in famiglia contribuiscono tutti, tutti avranno più tempo libero.

Questo tempo però poi dev’essere utilizzato consapevolmente: per sé stessi? Per condivisione? Per oziare? Per rigenerarsi insieme? Per qualcosa di istruttivo? Per qualcosa di ludico?

In ogni periodo temporale, ogni familiare avrà le sue risposte. Ma se la priorità di ciascuno è quella di creare un legame fisiologico di appartenenza, più tempo si trascorre serenamente insieme e più questo legame cresce grazie a radici profonde.

Diventa così evidente che un processo di delega consapevole è di fondamentale importanza sia in impresa ma anche e forse soprattutto in famiglia perché ha un potere rasserenante: ripartisce più equamente i compiti necessari ed al contempo responsabilizza gli attori in gioco generando un senso positivo di appartenenza al progetto (imprenditoriale o familiare che sia).

Conseguentemente se delego correttamente in azienda, avrò più tempo a disposizione per la mia famiglia ma se anche in famiglia delego correttamente ecco che tutti avremo maggior tempo di qualità a disposizione l’uno dell’altro.

Chiarezza nelle priorità

Ovviamente però tutto gira intorno alla corretta allocazione del nostro tempo: per priorità (strategia) e non per urgenze (fare).

Essere consapevoli di queste priorità fa davvero la differenza.

Infatti, la routine ci porterà sempre fuori direzione. Solo se ho consapevolezza di quale sia effettivamente ciò che desidero avrò l’opportunità di accorgermi di essere fuori strada e recuperare la direzione desiderata.

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