Puoi vivere da vero protagonista se non scrivi tu il copione?

L’immagine del “protagonista” della propria vita è tanto emblematica da essere utilizzata praticamente in ogni corso/libro di crescita personale.

Generalmente il #dRzOOm sostiene che “se non si vuole vivere da comparsa nella vita altrui ma al contrario si vuole vivere da protagonista la propria vita, occorre acquisire consapevolezza di sé”.

consapevolezza di sé

Ma cosa vuol dire avere consapevolezza di sé?

Secondo il #dRzOOm vuol dire:

  • Conoscere sé stessi: la propria storia, le proprie radici, i propri punti di forza, le proprie lacune, la propria biostruttura, i propri princìpi guida;
  • Conoscere “chi si vuole diventare”: data la propria storicità, come si desidererebbe essere, come si desidererebbe vivere, come si desidererebbe relazionarsi con gli altri, quali obiettivi si vorrebbe raggiungere a livello di persona umana;
  • Conoscere il come potersi migliorare: costruire il proprio volontario percorso di miglioramento, un percorso che abbracci primariamente l’efficacia di lungo periodo ed in funzione di essa l’efficienza di breve termine.

Sono tematiche che, purtroppo, non ci vengono insegnate a scuola e, conseguentemente, in età adulta rischiano di fare paura.

Sono tematiche che, purtroppo, ci appaiono lontano da noi e, conseguentemente, in età adulta sembrano vuote, inutili, mera teoria.

Sono tematiche che, purtroppo, non essendo quantitative non sono considerate importanti dalla società civile e, conseguentemente, in età adulta ci sembrano inutili, prive di ogni significato valutabile, riscontrabile, pragmatico.

Eppure, è vero proprio il contrario.

protagonisti della propria vita

E cosa vuol dire essere protagonisti della propria vita?

Anzitutto occorrere una premessa: ognuno di noi è concausa della propria situazione di oggi. Volenti o nolenti il proprio comportamento è sicuramente una con-causa della situazione: nel bene e nel male. Non tutto ciò che è bene è stato determinato da noi, non tutto ciò che è male è stato determinato dal comportamento altrui.

Questo è il senso del concetto di ProAttività.

L’uomo ha a disposizione “l’ultima delle libertà umane” che non le può mai essere preclusa: il potere di scegliere come agire in funzione degli stimoli esterni.

niente scuse!

Nessuno ha la possibilità di autogiustificarci. Inutili ogni scusa del tipo “ma tu non sai qual è la mia situazione”, “vorrei vedere te al mio posto”, “tutta fuffa, se ti trovassi nelle mie condizioni…”, “le ho già provate proprio tutte ma gli altri….”. Tutte balle!

Ce lo insegna Viktor Emil Frankl nel suo libro “uno psicologo nei lager”.

Frankl è stato un neurologo, psichiatra e filosofo austriaco deportato in quattro campi di concentramento fra cui Auschwitz e Dachau.

Ora, per quanto dura possa essere la tua specifica attuale situazione, davvero credi che sia peggiore di quella di un ebreo deportato in un campo di concentramento?

Secondo me no, smettila di dartela a bere.

Conseguentemente, se lui ci insegna che fra le atrocità che gli venivano perpetrate nei campi nazisti (stimolo esterno) e la sua reazione (elaborazione interna) c’è sempre (sempre!) la libertà dell’uomo di scegliere coscientemente la sua risposta (in linea con i propri princìpi), noi non abbiamo alcun diritto di pensare di non poterne essere capaci. Non abbiamo più scuse.

proattività

Il concetto di ProAttività non si limita a dirci che possiamo prendere l’iniziativa in qualunque situazione ma addirittura che siamo i veri ed unici responsabili della nostra vita.

ResponsAbilità, l’abilità di rispondere agli stimoli esterni senza la reazione istintiva ma secondo scelte coscienti per rimanere integri al nostro potenziale, alla nostra direzione a ciò che vogliamo essere e diventare.

In questo contesto la biostruttura cerebrale può giocare un ruolo differente per ognuno di noi. La tripartizione del nostro cervello non solo può generare in noi stessi una frustrazione di difficile comprensione ma addirittura incide nel nostro modo automatico di affrontare le situazioni.

Chi, come me, ha come uso dominante il cervello rettile rischia di agire istintivamente. Magari cercherà di non guardare in faccia la realtà, magari cercherà di evitare la situazione, magari cercherà di adattarvisi al meglio.

Chi, invece, ha come uso dominante il diencefalo rischia di agire d’impulso. Magari reagirà in modo rabbioso, magari si ribellerà rischiando di esagerare nella reazione, magari cercherà di dominare la situazione rischiando di calpestare i sentimenti altrui.

Chi, infine, ha come uso dominante la neocorteccia rischia di pensare troppo. Magari sarà paralizzato dall’analisi delle conseguenze delle sue reazioni, magari sarà incentrato nella valutazione di tutti i pro ed i contro prima di decidere come reagire, magari tratterà gli altri in modo esclusivamente razionale.

Ognuna di queste sfaccettature, ovviamente, va ad incidere sulle modalità con cui scegliamo di rispondere alle sfide esterne. Saperlo può consentire di non “scavarci la fossa sotto i piedi”, controllando la nostra naturale propensione potremmo trovare un’azione alternativa maggiormente efficace.

responsabilità proattiva

Quindi la responsabilità proattiva significa, in fin dei conti, cercare di influenzare noi stessi per poter influenzare il nostro contesto di riferimento in un’ottica migliorativa senza aspettare che la situazione possa sfuggire di mano improvvisamente.

A questo proposito è opportuno comunque specificare che l’uomo si trova a poter affrontare situazioni di cui ha il pieno controllo, quando l’esito dipende esclusivamente dal suo comportamento, di cui ha un controllo indiretto, quando l’esito dipende dal comportamento di altre persone che egli può persuadere, di cui non ha nessun controllo né diretto né indiretto, quando nessuna persona di sua conoscenza può modificare tale situazione.

Anche in quest’ultima situazione però l’uomo ha la possibilità di scegliere come affrontare ciò che gli sta capitando su cui non ha alcun controllo: scappare (ma è veramente possibile?) evitando la situazione (ma vivendone schiavi), piangersi addosso con un atteggiamento vittimistico oppure abbracciare la propria croce “con il sorriso sulle labbra”.

innocenza = senza speranza

In sostanza dobbiamo smettere, per il gusto di sentirci innocenti, di scaricare tutta la responsabilità di ciò che non va bene nella nostra vita su qualcun altro. Se fosse veramente così è vero che saremmo innocenti e non responsabili ma proprio per questo non avremmo nemmeno alcuna speranza. Ciò in quanto non essendo parte del problema, non potremmo nemmeno risolverlo.

Al contrario, se ci riconosciamo sempre concausa del problema, ecco che, a prezzo della nostra co-responsabilità, abbiamo il potere di iniziativa per iniziare a risolverlo migliorando così la nostra vita.

Diciamo ora che ci siamo. Il #dRzOOm ti ha convinto che è sempre possibile migliorare la propria situazione.

So what? Who cares?

Ok, posso cambiare: so what? Who cares? [e allora? Chissenefrega?]

Beh, in realtà queste informazioni dovrebbero interessare a chiunque: se abbiamo compreso il senso della responsabilità proattiva vuol dire che non dobbiamo aspettare che la situazione diventi frustrante prima di considerarla meritevole di attenzione. Al contrario, dobbiamo cogliere i primi segnali ed affrontarli in modo sereno ma deciso in modo da non consentire loro di deflagrare in problematiche ben più consistenti. Serve un’attenzione al dettaglio, ai primi sintomi, ai primissimi indizi.

Quindi tutti questi ragionamenti servono anche a coloro i quali sono attualmente velici. Perché tutto nella vita è migliorabile e se non cerchiamo di sviluppare ogni nostro potenziale, ogni nostra possibilità rischieremmo di non realizzare il nostro pieno potenziale.

Occorre abbracciare l’ottica del miglioramento continuo. Ecco perché dobbiamo avere consapevolezza della destinazione desiderata: del chi vogliamo diventare.

Quindi, riassumendo: 1) chi siamo; 2) chi vogliamo diventare.

Sta a noi a questo punto scegliere se vivere una vita da comparsa nelle vite altrui oppure iniziare a vivere da protagonista la propria vita. È una nostra scelta!

Non dobbiamo avere paura di scegliere!

La non scelta è una scelta!

Dobbiamo abbracciare la necessità di cambiamento, accoglierla, trasformarla, renderla a nostra immagine e somiglianza.

dal cambiamento al miglioramento, senza sbattimento!

Il #dRzOOm crede profondamente nel percorso “dal cambiamento al miglioramento, senza sbattimento”.

Il cambiamento generalmente è percepito come un qualcosa di impostoci dall’esterno, qualcosa di preoccupante, di pauroso, di negativo.

Il miglioramento invece si riesce a percepirlo come una scelta volontaria, positiva, volta a migliorare la nostra situazione. Non ce lo impone nessuno, lo scegliamo noi per noi stessi.

quale direzione?

Ma come scegliere in che direzione migliorare? E come poter continuare nel miglioramento prescelto?

Una buona base di partenza è quella di analizzare correttamente i propri punti di forza, ma su quelli siamo già sufficientemente forti e capaci di trovare tutte le opportunità per poterli cavalcare.

Al contrario, un miglioramento più veloce lo otteniamo analizzando le nostre lacune. Però non si deve vivere questa analisi come un obbligo. Fondamentale è la conoscenza del perché si decide di lavorare sulle proprie lacune: l’obiettivo strategico desiderato.

In sostanza è come se queste nuove informazioni acquisite rappresentino dei macro-trend con cui fare i conti: come vanno ad impattare sulla mia attuale esistenza? Che conseguenze possono avere? Cosa posso cogliere io oggi avendo acquisito queste informazioni?

Iniziare analizzando ciò che nella propria vita genera così tanta frustrazione da volerne fare a meno distinguendo fra ciò a cui possiamo veramente fare a meno e ciò di cui non vogliamo/possiamo fare a meno è essenziale.

Non tutto ciò che ci frustra o limita può essere eliminato dalla nostra esistenza. Ci sono situazioni con cui si deve comunque fare di conto.

Ma ciò che può essere eliminato senza conseguenze rilevanti deve essere eliminato: occorre fare spazio a qualcosa di altro, a qualcosa di prescelto, a qualcosa di migliore. Un’abitudine non può eliminarla, un’abitudine puoi solo trasformarla da disfunzionale in funzionale.

Iniziamo ad individuare fra questo ciò che possiamo controllare direttamente. Prioritariamente dunque il nostro comportamento. Cosa c’è di disfunzionale nel mio comportamento? Lasciando perdere quello degli altri che sarebbe meno modificabile da parte mia e per il cui cambiamento occorrerebbe maggiore tempo, in cosa posso migliorare me stesso per migliorare la mia vita? Cosa mi sta a cuore? Cosa mi preme? Cos’è importante per me?

priorità > urgenze

Eh già, perché purtroppo noi non siamo abituati a vivere le nostre priorità bensì le nostre urgenze.

Vivere per urgenze è facile: la scadenza è dettata da altri. Conseguentemente non sono io a decidere cosa fare ma sono obbligato a rispettare le scadenze imposte dal contesto o dalla volontà altrui.

Riscoprire le proprie priorità, dunque, non solo è necessario ma è assolutamente fondamentale per un corretto miglioramento personale.

Forse questa è proprio la prima abitudine disfunzionale a cui devo porre rimedio: smettere di vivere solo per le urgenze ma iniziare a scegliere di vivere le proprie priorità che, se scelte correttamente, sono priorità anche per il contesto di riferimento.

Purtroppo, infatti poiché le priorità non hanno una scadenza imposta dall’esterno si è abituati a metterle in secondo piano: totalmente assurdo ma è così. Siamo abituati a procrastinare ciò che non riteniamo urgente, ciò che non ci viene richiesto dall’esterno. Non siamo sufficientemente autodeterminati.

autodisciplina = discepolo di sé stesso

Ecco, quindi, che si deve ritornare ad essere autodisciplinati che non vuol dire diventare dei robot, vuol dire essere discepoli di sé stesso, delle proprie scelte.

Essere autodisciplinati vuol dire anche poter mettere in pausa per decidere consapevolmente se la richiesta che arriva dall’esterno è prioritaria o meno e, in caso non lo sia, imparare a dire di no per rimanere focalizzati sulle priorità. Gentilmente, spiegando il perché ma dicendo no in modo determinato.

Essere autodisciplinati vuol dire che se ho chiaro da dove arrivo e dove voglio andare, non solo inizio con il primo passo ma poi continuo a camminare: per piccoli passi ma sempre ed imperterrito nella stessa direzione.

Inizialmente si può cecare di migliorare la situazione che più sta stretta al momento.

inside => out

Dopodiché iniziando questo percorso di miglioramento personale si deve rimanere focalizzati sulla costanza, sulla continuità: è sempre un approccio “inside=>out” (da dentro a fuori), come sostiene Stephen R. Covey.

Ma come immaginare la direzione di questo percorso senza sbagliare?

No. Non è così pauroso come si potrebbe immaginare.

Serve solo qualche informazione, alcuni strumenti di accompagnamento e tanta tanta dedizione.

In sostanza, decidere di migliorare sfrutta il concetto di responsabilità proattiva ed anticipa gli obblighi di cambiamento esterno risolvendo in modo volontario ed anticipato gli eventuali problemi che potrebbero originarsi con il tempo.

Ecco, quindi, perché è opportuno ragionare in tre fasi cronologicamente susseguenti:

  • abbracciare “chi siamo veramente oggi”;
  • scegliere “chi vogliamo diventare”;
  • “calcolare” il percorso più facile, veloce e sicuro da seguire.

darsi tempo

Attenzione: il “veloce” si riferisce ad una velocità relativa. In questo percorso non esiste la bacchetta magica di Harry Potter. Non posso immaginare di poter migliorarmi dall’oggi al domani, o in una settimana o in pochi mesi. È un cambiamento continuo.

Ma proprio per questo non dobbiamo spaventarci.

Fin dal primissimo passo, sto migliorandomi e provo gusto nel farlo.

Un po’ come quando abbiamo iniziato a sciare. Impossibile arrivare al “super-scodinzolo” dall’oggi al domani, però mi sono divertito fin da subito, fin dalle primissime cadute sugli sci, fin dal primo skilift in cui sono rimasto in piedi per tutto il tragitto.

Le informazioni ci sono, gli strumenti esistono, sta a noi scegliere dunque se continuare a piangerci addosso oppure rimboccarci le maniche per migliorare la nostra vita e quella dei nostri cari.

Eh sì, perché migliorando noi stessi, se comunichiamo bene a chi ci circonda di questo nostro processo, miglioriamo anche il loro contesto di riferimento. Non fosse solo per il fatto che noi stessi facciamo parte del loro contesto.

il percorso del miglioramento

Tornando ora al percorso da affrontare, due cose devono essere ben chiare fin dall’inizio:

  • È un percorso volontario che viene scelto per il proprio miglioramento;
  • Esistono strumenti che evitano lo “sbattimento” o le frustrazioni connesse.

In questo percorso, come in ogni progetto di lungo termine della propria vita, avremo degli alti e dei bassi, avremo un calo di motivazione, avremo momenti in cui metteremo tutto in discussione, momenti di sconforto, momenti in cui ci sentiremo esausti. Proprio come sugli sci. Ma poi, appena finito il successivo skilift, si riparte con la bellezza delle discese e ci si ricarica.

Anche in questo percorso di miglioramento, dunque, dobbiamo trovare il modo di poter utilizzare uno skilift per la risalita, in modo da minimizzare lo sforzo, e dobbiamo fermarci ad assaporare il piacere delle discese.

gli strumenti

Strumenti per consentirci a risalire le montagne minimizzando gli sforzi possono essere:

  • Le liste emozionali (Steve Chandler);
  • Il reverse chunking (Kerry L. Johnson);
  • Gli obiettivi s.m.a.r.t.; (Peter Druker);
  • I tiny habits (B. J. Fogg);
  • Gli stratagemmi di autoinganno (Giorgio Nardone);
  • La struttura e le domande giornaliera (Marshall Goldsmith).

Qui di seguito, introduciamo brevemente le potenzialità di questi strumenti.

Le liste emozionali sono nient’altro che una serie di liste di qualcosa che ricarica l’entusiasmo. Possono essere citazioni di personaggi di libri, aforismi, canzoni, spezzoni di film, azioni, ma anche libri o film interi, liste di parole piene di emotività. Se in periodi “non sospetti” si dedica 5 minuti al giorno per costruire queste liste, nei momenti di down da esse si potrà attingere a qualche spunto veloce per ricaricare le proprie batterie. Ciò in quanto, come sottolineato anche da Marshall Goldsmith nel suo libro Triggers, il contesto in cui viviamo influenza il nostro stato d’animo. Con le liste emozionali, si riesce a creare al bisogno un contesto rigenerante.

Il reverse chunking è l’identificazione chiara del percorso che da oggi ci conduce all’obiettivo desiderato. Questa metodologia è però controintuitiva: non parte del primo passo che posso fare oggi, bensì parte dall’identificazione dell’obiettivo di lungo termine che viene attualizzato fino ad oggi. Razionalizzare questo percorso inverso ottiene due benefici: l’intero percorso, che potrebbe spaventare, viene suddiviso in piccolissimi mini-percorsi di facile implementazione; l’obiettivo rimane il traino per il mini-comportamento di oggi.

La metodologia s.m.a.r.t. per la definizione degli obiettivi riesce a rendere la nostra destinazione maggiormente motivante. Secondo questa metodologia gli obiettivi devono essere Specifici, Misurabili, Audaci, Raggiungibili e con un Timing ben preciso. L’insieme di un equilibrio fra queste caratteristiche trasforma il semplice obiettivo in un obiettivo trainante anche nella nostra quotidianità.

Il concetto di Tiny Habits è un principio grazie al quale si introduce un cambiamento nella propria vita con il minimo sforzo possibile. I capisaldi che spiegano i Tiny Habits sono: i) il livello di motivazione è funzione diretta del livello di complessità; ii) le nostre abitudini consolidate posso fungere da ancoraggio per l’introduzione di una nuova abitudine in modo naturale. Conseguentemente utilizzare il reverse chunking per trasformare l’obiettivo smart trainante in un nuovo comportamento di facilissima realizzazione quotidiana consente di introdurre una nuova abitudine senza necessità di una forte motivazione. Dopodiché l’abitudine si consoliderà portando un cambiamento in forma esponenziale. Inoltre, ancorare questo nuovo facilissimo e minimo comportamento ad una nostra abitudine giornaliera rende naturale la sua introduzione nel nostro schema quotidiano.

Gli stratagemmi di autoinganno sono azioni controintuitivi per scardinare le nostre trappole mentali e sradicare abitudini diventate così rigide da essere oggi disfunzionali per il nostro benessere sostituendole con nuove abitudini maggiormente funzionali. Esistono infatti modi razionali per affrontare le nostre più recondite emozioni: piacere, paura, dolore, rabbia. Questi metodi consentono di risolvere i nostri contrasti emotivi che rischierebbero altrimenti di generare disfunzionalità oppure la paralisi delle nostre azioni.

Infine, riorganizzare la propria agenda, il proprio contesto, il proprio focus quotidiano in modo tale da beneficiare di “economie di scala”, in modo da non sprecare tempo e energia nella definizione del cosa si debba fare oggi (ricordandosi che le priorità vengono prima delle urgenze), in modo tale da essere sempre concentrati su una cosa sola per volta genera vantaggi comportamentali in un ottica di efficienza che rimane al servizio dell’efficacia desiderata.

L’uomo è un essere biologico fatto primariamente di emozioni e secondariamente di razionalità. Lo vediamo ogni qualvolta pensiamo di prendere una decisione razionale e poi confrontandoci con i nostri cari scopriamo che esistevano anche alternative maggiormente efficaci.

#ConsapevolezzaIndividuale

Per questo il #dRzOOm nella sua professionalità si focalizza nel generare #consapevolezza prima di individuare un percorso di risoluzione della problematica. Come sempre è bene ricordare che la #consapevolezza impatta ovunque: individuo, famiglia, gestione del patrimonio di famiglia, gestione dell’impresa di famiglia.

E allora, lasciati coinvolgere dal #dRzOOm e seguici su tutti i canali social !;o)

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